Si è finalmente conclusa la vicenda giudiziaria di Eluana Englaro: la Cassazione ha respinto l'ultimo ricorso concedendo così al padre di fare sospendere l'alimentazione alla figlia.
E' difficile commentare una notizia simile: personalmente sono sempre stata dalla parte del padre, al quale va tutta la mia stima per aver combattuto questa battaglia non solo per sè e per la figlia, ma per tutti. Un altruismo arduo da trovare ai tempi odierni.
D'altra parte mi piacerebbe che ora cadesse il silenzio su Eluana ed i genitori: che si continuasse a parlare della necessaria normativa sul testamento biologico e sull'eutanasia (che mi trova favorevole) ma che si lasciasse alla famiglia il doveroso silenzio e raccoglimento in cui chiudersi davanti alla morte, definitiva, della figlia.
Ma purtroppo, in questo paese dove tanti aprono bocca e gli danno fiato, appena uscita la sentenza i detrattori hanno iniziato a gridare all'omicidio di stato, legalizzato. Dal Vaticano alla Carfagna tanti a parlare di uccisione: hanno le loro idee, non le condivido, ma posso rispettarle, ma non posso rispettare chi non sa tacere quando dovrebbe. Perchè non hanno rispetto del dramma di una famiglia vissuto ogni giorno (e non solo in occasione delle varie sentenze, come per noi, più o meno 'spettatori' dell'iter giudiziario) per 17 anni e conclusosi nel modo più difficile (e non facile, come a volte sembrano voler sottendere) per un genitore: smettere di alimentare una figlia per assecondarne le volontà.
Spero solo che questi anni di corti, tribunali, appelli e contrappelli portino finalmente a concedere a tutti il diritto di scegliere come morire. Un diritto per gli uomini, un dovere per uno stato che voglia dirsi civile.
E di civile c'è ben poco nella sentenza per i fatti del G8 di Genova. Poco più di un terzo degli anni di condanna chiesti dall'accusa per solo 13 dei 29 imputati.
Assolti tutti i 'pezzi grossi': Francesco Gratteri (oggi dirigente della centrale anticrimine), Giovanni Luperi (Sisde) e Gilberto Caldarozzi (allo Sco). Come nei migliori autoritarismi, si punisce la base e la fascia media della catena di comando lasciando belli intatti i gradi alti.
La pena più pesante: 4 anni a Vincenzo Canterini, comandante del primo gruppo che fece irruzione alla Diaz.
In questo non posso che unirmi al coro che si è levato al momento della lettura della sentenza: VERGOGNA!